Quando ciò che sembra follia è stato un modo geniale per sopravvivere

A volte una persona finisce per apparire difficile, esagerata, incomprensibile.

Può sembrare troppo chiusa, troppo reattiva, troppo diffidente. Può sembrare che complichi tutto, che risponda male, che si difenda anche quando nessuno la sta attaccando. Da fuori, il giudizio arriva facilmente: “è fatta così”, “è strana”, “è instabile”, “è impossibile starle vicino”.

Ma il modo in cui una persona sta al mondo non racconta sempre tutto quello che si porta dentro.

Ci sono comportamenti che oggi sembrano strani, rigidi o sproporzionati, ma che in passato possono essere stati una forma di protezione. Un modo per non sentire troppo. Per non fidarsi troppo. Per non crollare. Per non chiedere aiuto a chi non c’era. Per restare in piedi quando non c’erano molte alternative.

Quella che oggi appare come una difficoltà può essere nata come una soluzione.

Una soluzione magari imperfetta, dolorosa, faticosa, ma in quel momento utile. Il controllo può aver protetto dal caos. La chiusura può aver difeso da ferite ripetute. La diffidenza può aver evitato nuove delusioni. La rabbia può aver dato forza quando sentirsi fragili sembrava pericoloso. L’evitamento può aver permesso di respirare quando affrontare tutto era troppo.

Il problema nasce quando quella difesa continua a funzionare anche quando il pericolo non è più lo stesso.

Ciò che un tempo ha protetto dal dolore può iniziare, lentamente, a imprigionare. La persona continua a difendersi, ma non si accorge che sta respingendo anche ciò che potrebbe aiutarla. Tiene tutto sotto controllo, ma perde spontaneità. Evita di soffrire, ma evita anche di vivere pienamente. Si protegge dagli altri, ma resta sola dentro una corazza che non sa più togliere.

In questo senso, il cambiamento non consiste nel cancellare quella parte di sé.

Sarebbe ingiusto trattarla come un errore. Quella parte, in qualche momento della vita, ha avuto una funzione. Ha cercato di salvare, proteggere, contenere, reggere. Il punto non è disprezzarla, ma aiutarla a non comandare più ogni scelta.

Cambiare significa imparare a distinguere il passato dal presente.

Significa accorgersi che non ogni relazione è una minaccia, non ogni emozione è un pericolo, non ogni apertura porta necessariamente a una ferita. Significa costruire risposte nuove, più adatte alla vita di oggi, invece di ripetere automaticamente quelle che erano servite per sopravvivere ieri.

A volte la domanda più utile non è: “Perché sono fatto così?”

La domanda più utile può diventare: “A cosa mi è servito questo modo di funzionare? E oggi, cosa mi sta costando?”

È lì che può aprirsi uno spazio diverso. Non uno spazio in cui ci si colpevolizza, ma uno spazio in cui si torna responsabili. Perché comprendere l’origine di una difesa non significa giustificare tutto. Significa iniziare a vedere il meccanismo, riconoscere quando si attiva e provare, poco alla volta, a rispondere in modo differente.

Ciò che sembra follia, a volte, è stato un modo geniale per sopravvivere.

Ma quando la sopravvivenza diventa l’unico modo di vivere, qualcosa si restringe.

Il lavoro psicologico può aiutare proprio in questo passaggio: non negare la storia della persona, ma permetterle di non restarne prigioniera. Non togliere le difese con la forza, ma costruire condizioni nuove in cui quelle difese possano diventare meno necessarie.

Perché cambiare non significa tradire ciò che ci ha protetto.

Significa dare a quella parte di sé modi nuovi per vivere, non solo per sopravvivere.

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