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Domande pubbliche e risposte
In questa sezione trovi alcune domande riformulate in forma anonima a partire da temi ricorrenti o richieste ricevute.
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Le risposte hanno carattere informativo e orientativo e non sostituiscono un colloquio psicologico.
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Domanda:
Buongiorno . Io 43 anni maschio,lei 22 femmina. Ci siamo conosciuti sul posto di lavoro,lei per molto tempo prima di iniziare il suo turno mi passa sempre a trovare e stiamo insieme anche 1 ora quasi tutti i giorni a parlare di svariate cose,lei ha molti ragazzi che la corteggiano ed il suo telefono sembra un centralino,in questi mesi io nn ho mai spinto per sapere cosa volesse in più da me,credo che una ragazza nn perda tempo per 8 mesi se nn interessata. Un giorno mi chiede un passaggio in macchina e siamo finiti a casa mia,ma senza secondi fini da parte mia,siamo stati un po' lì e complice un po' di alcol le ho fatto capire che l'avrei voluta baciare,lei rispose sulla guancia e che la differenza di età la spaventa,io nn ho insistito e così è stato. Le cose sono poi continuate come sempre per mesi,cioè passa a trovarmi ,poi per alcuni giorni si allontana,poi magari mi scrive ,torna a salutarmi al lavoro,nel frattempo conosce ragazzi della sua età ,sparisce per un po' e poi torna. Fino a 10 giorni fa dove dopo alcuni rinvii mi propone una giornata al mare,io accetto andiamo e passiamo una bellissima giornata insieme dove c'è stato anche 2 baci appassionati,verso sera lei propone di rimanere anche il giorno dopo,ma io per motivi di lavoro nn potevo (mannaggia) Rientriamo a casa passano 3 giorni di totale distacco poi ci rivediamo e tutto è ricominciato come se nulla fosse,io mi aspettavo dopo la gita un cambio di passo. Ora il discorso è questo io vedo in lei dei tira e molla continui e nn capisco come regolarmi,vederla con altri ragazzi mi dispiace ,ma nn posso certo impedire ad una ragazza di vivere i suoi anni,però mi inizia a logorare questa cosa,mi piacerebbe un rapporto più chiaro,ma i suoi tura e molla nn lo consentono.Descrizione elemento
Risposta:
Buongiorno, da quello che racconta non sembra mancare l’interesse, ma sembra mancare una posizione chiara. Lei descrive una ragazza che si avvicina, cerca il contatto, passa tempo con lei, poi si allontana, frequenta altri ragazzi e torna. Questo può voler dire molte cose: curiosità, affetto, attrazione, ambivalenza, bisogno di conferme, paura della differenza d’età, oppure desiderio di non definire nulla. Da qui, però, non possiamo sapere cosa provi davvero lei. Quello che invece è più chiaro è cosa sta accadendo a lei: più cerca di interpretare i segnali, più rimane agganciato al tira e molla. Ogni suo ritorno riaccende la speranza, ogni distanza riapre il dubbio. Così il rapporto non diventa davvero una relazione, ma produce già gelosia, attesa e logoramento. Il punto non è impedirle di vivere la sua età, né chiederle garanzie che non può o non vuole dare. Il punto è capire se lei può stare in questa posizione senza farsi male. Se per lei quei baci e quella giornata hanno aperto un desiderio più serio, allora forse è il momento di smettere di leggere i segnali e usare parole semplici. Potrebbe dirle, con calma e senza pressione: “Io sto bene con te, ma questa alternanza mi sta facendo stare male. Vorrei capire se per te c’è il desiderio di conoscerci davvero oppure se preferisci mantenere un rapporto libero e non definito”. Non è un ultimatum. È un confine. La differenza è importante: l’ultimatum cerca di costringere l’altro; il confine serve a non perdere se stessi. Poi dovrà ascoltare non solo la risposta, ma anche la coerenza dei comportamenti successivi. Se dopo un chiarimento tutto torna identico, anche quello sarà una risposta. A volte la domanda più utile non è “lei cosa vuole da me?”, ma “io quanto posso restare in un rapporto che mi tiene acceso ma non mi dà posto?”. Se questo passaggio le risulta difficile, può essere utile parlarne con un professionista, perché spesso il tira e molla dell’altro diventa potente proprio quando incontra un nostro bisogno di conferma. Un caro saluto. -
Domanda:
Buongiorno, Volevo un parere per quanto riguarda il mio bimbo di quasi 2 anni, li compirà a luglio. È un bambino molto sveglio, parla da un po’, ripete tutto, è un piccolo pappagallino. Molto socievole con i bambini, ha iniziato il nido a febbraio e non ha mai pianto un giorno. Non ha comportamenti che mi preoccupano, è ubbidiente, mi ascolta e fa ciò che gli dico. Però ha un lato che mi preoccupa: se sente cantare a voci molto elevate, battere le mani, se vede candele accese, inizia a piangere e non smette più, è letteralmente terrorizzato. Le feste di compleanno sono qualcosa da cui stare lontano. A casa però chiede la musica in tv ad alto volume e non piange, anzi balla e si diverte. E non parliamo dei fuochi d’artificio! Ultimamente si è spaventato così tanto che, il giorno dopo, siamo tornati nel posto in cui c’era stato lo spettacolo, ha riconosciuto il luogo in cui li avevamo visti ed ha ricominciato a piangere dicendo di voler andare via. Inoltre succede anche che, quando andiamo in vacanza per esempio, e cambiamo quindi casa e abitudini non fa altro che piangere, ci sono volte che non vuole nemmeno entrare nella stanza di hotel. Lo devo convincere e piano piano entra e, tasto dolente, diventa una guerra lavarlo. Entrare dentro la doccia per lui è il terrore, è abituato a fare il Bagnetto dentro la vasca e lui ama farlo, non uscirebbe mai, ma quando faccio la doccia con il getto del doccino, è una strage. Alla base, noto che è un bimbo pauroso, lo vedo dal fatto che se capita un rumore lui salta dalla sedia dallo spavento e corre subito da noi, mamma e papà. Secondo voi come devo interpretare questo atteggiamento?
Risposta:
Buongiorno, da quello che descrive non emerge solo un bambino “pauroso”, ma un bimbo che davanti a stimoli improvvisi, intensi o poco prevedibili sembra andare rapidamente in allarme. Il fatto che in casa chieda la musica alta e balli è un dato importante: non sembra spaventarlo il volume in sé, ma ciò che non riesce a prevedere o controllare, come applausi, canti forti, candele, fuochi, luoghi nuovi o il getto della doccia. A quasi due anni alcune paure possono comparire in modo anche molto intenso, perché il bambino sta imparando a dare significato a ciò che vede, sente e ricorda. Questo però non significa che vada semplicemente evitato tutto ciò che lo spaventa. Evitare sempre dà sollievo sul momento, ma può insegnargli che quel mondo è davvero pericoloso. Forzarlo invece rischia di confermare la paura. La strada più utile è una via intermedia: proteggerlo con calma, anticipargli ciò che accadrà con parole semplici, fargli vedere da lontano, permettergli di avvicinarsi poco alla volta e fermarsi prima che la paura diventi panico. Con la doccia, ad esempio, non partirei dal doccino addosso: prima lo può guardare, poi toccare da spento, poi aprire piano l’acqua, poi bagnare un piedino, trasformando il getto da nemico improvviso a cosa conosciuta. Lo stesso vale per feste e rumori: non “buttarlo dentro”, ma nemmeno costruire la vita intorno alla fuga. Se gli adulti restano calmi, nominano la paura senza ingigantirla e gli fanno fare piccole esperienze riuscite, il bambino impara: “ho avuto paura, ma posso reggere un pezzetto”. Se queste reazioni aumentano, si estendono a molte situazioni, interferiscono molto con la vita quotidiana o vi resta un dubbio, è opportuno parlarne con il pediatra e valutare, se necessario, un approfondimento in età evolutiva. Osservare non significa allarmarsi: significa accompagnarlo senza né spingerlo né mettergli addosso l’etichetta di bambino pauroso. Se vuole, può continuare a scrivere descrivendo come reagite voi nel momento in cui lui si spaventa: spesso una parte importante della soluzione è proprio lì. Un caro saluto. -
Domanda:
Buongiorno è da circa un anno che sto andando dallo psicologo per un cambiamento che volevo attuare nella mia vita, fino a dicembre andava tutto bene e mi sembrava di aver fatto progressi, ma da febbraio dopo ogni seduta non mi sento meglio.... anzi mi sento più confusa e persa e in agitazione, in particolare nelle ultime sedute mi sono sentita attaccata perché non stavo facendo nulla di pratica per cambiare (però stavo vivendo un periodo di stanchezza emotiva e fisica veramente difficile) e sentirmi dire che se non mi fossi decisa a fare qualcosa non avrei concluso niente, sarei stata infelice etc mi sono sentita veramente male; ho sentito che c'erano su di me aspettative che avevo deluso, deadline non rispettate etc ma io in quel periodo mi sentivo proprio immobile e non nello stato mentale per cambiare. Quando le ho esposto il mio stato d'animo riguardo le sue pressioni mi ha detto che l'aveva fatto per istigarmi, per smuovermi un po' ma io mi son sentita attaccata, non sicura e forzata a fare cose che nel momento non riuscivo, inoltre poi parlando di altre cose che avevo scoperto su di me in questo periodo etc mi ha chiesto se le parole che dicevo erano mie o di altri e questo mi ha fatto sentire umiliata e messa in dubbio (durante il percorso ci sono state anche alcune occasioni in cui non percepito di esser compresa appieno) inoltre sento di non riuscire più a dire certe cose perché percepisco la sua agitazione per il resto non ci sono stati atteggiamenti sbagliati nei miei confronti, mi appare comunque come una persona disponibile e aperta all'ascolto ma dopo queste sedute io continuo a ripensare alle sue parole e sento che metto in dubbio in me stessa, e mi agito l'idea di proseguire mi mette agitazione perché temo di sentirmi di nuovo male e giudicata, mi sento osservata e sotto esame e invece il pensiero di cambiare terapeuta mi fa sentire meglio spero di essermi spiegata, cosa dovrei fare? Vi ringrazio
Risposta:
Buongiorno, si è spiegata molto bene. Da quello che racconta, il punto oggi non sembra essere solo decidere se cambiare terapeuta, ma capire che cosa è accaduto nella relazione terapeutica nel momento in cui il lavoro ha iniziato a toccare il cambiamento concreto che lei stessa aveva cercato. A volte uno stimolo pensato per smuovere può essere vissuto come pressione, soprattutto quando si attraversa una fase di stanchezza, immobilità e fragilità. Questo non rende il suo vissuto sbagliato, ma non permette nemmeno, da fuori, di concludere che la collega abbia lavorato male. Il nodo delicato è che ora l’alleanza sembra essersi incrinata: lei va in seduta sentendosi osservata, sotto esame, e il pensiero di cambiare terapeuta la fa respirare. Ma proprio questo sollievo merita attenzione: potrebbe essere un’indicazione utile, oppure il modo più rapido per uscire da un passaggio difficile del percorso. Prima di decidere, le suggerirei di portare apertamente questo tema in seduta, non per giustificarsi, ma per verificare se quello spazio può tornare sicuro. Potrebbe dire qualcosa di molto semplice: “In questo momento non riesco più a lavorare perché mi sento giudicata e temo la seduta. Ho bisogno di capire con lei se possiamo recuperare fiducia oppure se è meglio fermarci”. Se dopo questo confronto continuerà a sentirsi non ascoltata o forzata, allora valutare un cambiamento potrà essere una scelta più chiara, non una fuga dettata dall’agitazione. Può anche continuare a confrontarsi su questo passaggio, perché spesso il modo in cui si attraversa una crisi del percorso dice molto del cambiamento cercato. Un caro saluto. -
Domanda:
Buonasera, scrivo per chiedervi se un episodio d'ansia forte della durata di 6 mesi circa vissuto oltre 10 anni fa possa avere generato dei danni, al punto di non riuscire più a studiare perché non riesco a ricordare. Mi rivolsi a uno specialista tempo fa che inizialmente credeva che fosse un episodio psicotico perché avevo dei pensieri di rovina e catastrofici per poi correggere la diagnosi dicendomi che era solo un episodio di ansia ed il disturbo ossessivo compulsivo. Assumo ancora oggi dei farmaci che però non interferiscono con la cognizione. Malgrado ciò io penso che sia stato quell'episodio vissuto molti anni fa a avermi rovinato dato che prima ero notevolmente più veloce nell'apprendimento scolastico ed universitario. É possibile che un episodio d'ansia forte durato circa 6 mesi possa avere cambiato qualcosa nella mia testa? Cordialmente.
Risposta
Buonasera, capisco la sua preoccupazione: quando si sente di non funzionare più come prima, è naturale cercare un’origine precisa. Però farei attenzione a trasformare quell’episodio di ansia in una condanna permanente. Ansia intensa, pensieri catastrofici e rimuginio possono incidere molto su attenzione, concentrazione e memoria: spesso non perché la mente sia “rovinata”, ma perché è impegnata a controllarsi, verificarsi e temere di non riuscire. In questi casi lo studio può diventare non solo studio, ma una prova continua del proprio danno. La domanda utile non è soltanto: “quell’ansia mi ha cambiato la testa?”, ma anche: “quanto oggi sto studiando mentre controllo se riesco ancora a studiare?”. Questo controllo, comprensibile, può mantenere il blocco. Le suggerirei di parlarne con lo specialista che la segue, valutando anche una consulenza neuropsicologica se il problema cognitivo è persistente, e un percorso psicologico centrato sul rapporto con ansia, dubbio, controllo e studio. Non per negare la sua fatica, ma per capire se ciò che oggi sembra un danno sia anche un circuito che può essere modificato. Se sente che questo pensiero continua a chiuderla nella paura di essere ormai compromesso, può essere utile approfondirlo in uno spazio dedicato, anche online, senza ridurre tutto a una prova di memoria. Un caro saluto. -
Domanda:
Da settembre ormai penso di avere un dca, ho perso 10kg, se mangio una volta al giorno e già tanto e ormai il cibo controlla tutta la mia vita. Vorrei spiegarlo ai miei genitori ma non voglio essere un peso per loro e in più non voglio curarmi: ho raggiunto il peso che mi piace e mi vedo bene, ho ancora energie, sono brava nel mio sport, esco sempre e sono circondata dalle mie amiche. Se spesso sento storie di persone che per il dca hanno smesso di vivere, io invece continuo la mia vita tranquillamente ma vedendomi anche meglio. Vorrei che i miei genitori non mi costringessero a riprendere peso o a mangiare, ma capissero il mio problema anche perché continuare a mentire sul cibo mi fa sentire molto in colpa. Si sono accorti che sono dimagrita tanto ma non immaginano sia per questo, anche perché con loro io mi fingo sempre entusiasta di mangiare. L’unica cosa che mi preoccupa è che non ho il ciclo da 8 mesi e so che non è sano. Da una parte io continuo ad amare il cibo ma un lato di me non vede altro che calorie da bruciare, e se mangio troppo riprenderei tutti i kili. So che ci vogliono 7000kcal per ingrassare, ma essendo in sottopeso (45kg, sono alta 1,65m) invece li riprenderei tutti dal primo all’ultimo e la cosa mi terrorizza. In più mi sento in colpa perché prima amavo mangiare e il cibo, non mi preoccupava l’estetica e anzi, mi vedevo benissimo e magra. So che ero magra, ma non abbastanza. Ora anche non sono magra abbastanza, ma il peso sulla bilancia mi piace di più e sono più felice. Mangio per mantenere quel peso, non voglio dimagrire né ingrassare. Il problema è che ora non riesco più a mangiare che ho tantissimo reflusso e per questa ragione i miei genitori mi hanno accompagnata anche da un medico, ma credo che questo reflusso sia dovuto al mio problema con il cibo. Comunque so che i dca sono malattie che solo un dottore può dirmi di avere dopo analisi ecc, ho scritto così solo perché il nome disturbo alimentare mi sembra esattamente quello che descrive il mio problema. Non ho più fame, posso non mangiare per due giorni interi e non sentire nulla, e questo da un lato mi spaventa. Non capisco vorrei solo che i miei genitori mi lasciassero continuare mangiare così ma so che vorranno che io torni come prima. So che gli altri non mi amano per come sono esteticamente né per quanto peso, ma io mi piaccio più magra e questo è il modo per essere più magra e a me va bene. Come posso spiegare tutto questo si miei genitori senza farli preoccupare?? non voglio essere un peso.
Risposta:
Quello che racconti è molto chiaro, anche se dentro c’è una parte che prova a minimizzare. Da una parte stai andando avanti: hai energia, esci, fai sport, ti senti anche meglio nel tuo corpo. Dall’altra parte però c’è qualcosa che non torna: il cibo che occupa tutta la testa, il controllo continuo, il senso di colpa, il ciclo che si è fermato. E soprattutto una frase che pesa più di tutte: “non voglio essere un peso”. A volte è proprio questa a tenere il problema in piedi. Perché nel tentativo di non pesare sugli altri, finisci per portarti tutto da sola. C’è poi un punto importante che forse vale la pena guardare meglio: tu non stai chiedendo solo di essere capita… stai chiedendo di essere capita senza che nulla cambi. Ed è qui che nasce il conflitto. Perché chi ti vuole bene, nel momento in cui capisce davvero, difficilmente riesce a restare fermo. Non per controllarti, ma perché vede qualcosa che tu in parte già senti: che questo equilibrio, così com’è, sta iniziando a chiedere un prezzo. Il tema quindi non è “come dirlo senza farli preoccupare”, ma piuttosto: quanto sei disposta a farti vedere davvero, anche se questo potrebbe muovere qualcosa. Un primo passo potrebbe essere questo: non spiegare tutto, non giustificarti, non convincerli. Prova semplicemente a dire una frase vera, breve, senza difenderti: “C’è qualcosa nel mio rapporto con il cibo che mi sta sfuggendo di mano. Non voglio essere forzata, ma non voglio neanche continuare a nasconderlo.” Non risolve tutto, ma cambia la posizione: da sola contro il problema → a qualcuno che inizia a farsi vedere. Se senti che questa situazione ti sta prendendo più spazio di quanto vorresti, parlarne in un contesto protetto può aiutarti a non dover scegliere tra controllo e perdita totale. Se vuoi, puoi anche tornare qui e provare a mettere meglio a fuoco cosa ti succede nei momenti in cui il controllo diventa più forte. Un caro saluto. -
Domanda:
Buon pomeriggio Una ragazza, amica e collega, con la quale c'era molto contatto fisico ,quasi intimo, mi ha raccontato una menzogna. Per Pasquetta è uscita con dei suoi amici maschi, è andata a ballare ed ha preso l'influenza. I giorni seguenti a lavoro stava male, non dormiva la notte e si lamentava. Le chiedevo se era stata da qualche parte, se aveva preso freddo così per aiutarla e capire... Ha negato tutto ed ha detto anche che quel giorno era stata a casa e non capiva come poteva aver preso l'influenza. Venerdì scorso ho scoperto proprio la verità, gliel'ho detto e lei ha visualizzato e non ha risposto. Chiaramente ha contagiato anche me perché in quei giorni le sono stato vicino (purtroppo). Oggi a lavoro, silenzio totale, zero parole. Come dovrei comportarmi? Cosa devo pensare? Sicuramente credo che non abbia interesse altrimenti non si sarebbe comportata e non si comporterebbe così. GrazieRisposta:
Buon pomeriggio, capisco il disagio, perché quando c’è un rapporto vissuto come vicino e quasi intimo, scoprire una menzogna può ferire molto più del fatto in sé. Più che cercare subito di capire “cosa deve pensare” di lei, forse in questo momento può esserle più utile osservare con lucidità ciò che è accaduto: lei ha evitato di dire la verità, e quando lei ha portato il tema in modo diretto, ha scelto il silenzio. Questo non permette di sapere con certezza quali siano le sue intenzioni profonde, ma mostra comunque una difficoltà ad essere chiara e ad assumersi la responsabilità del confronto. Dal mio punto di vista, il punto centrale non è tanto stabilire se le interessi o meno, quanto chiedersi se questo tipo di comportamento le faccia bene. Quando una relazione, anche non definita, diventa ambigua, confusiva e poco trasparente, il rischio è di restare agganciati alle ipotesi e di perdere di vista i fatti. A lavoro le suggerirei di mantenere un atteggiamento corretto, calmo e composto, senza inseguire spiegazioni a tutti i costi. Se sente che per lei è importante, può provare a dirle una sola volta, in modo semplice e diretto, che non è stato tanto il fatto in sé a colpirla, ma il non aver ricevuto sincerità e il silenzio successivo. Dopo di che, sarà soprattutto la sua risposta, o la sua mancata risposta, a darle un’indicazione chiara. In questi casi, a volte la scelta più utile non è forzare il chiarimento, ma riconoscere il segnale che arriva e proteggersi da dinamiche che generano confusione e malessere. La chiarezza, nei rapporti, non risolve tutto, ma aiuta a capire dove si può investire emotivamente e dove invece è meglio fare un passo indietro. Un caro saluto. -
Domanda:
Buonasera il mio ex compagno se nè andato di casa dicendo che lo stare male lo portava a fare uso...precisiamo che 5 anni fa avevo trovato qualche traccia sporadica ma mi ha confessato che dalla morte di sua mamma (giugno 2025) è passato da 1,5 gr alla settimana a 8/10gr alla settimana...di preciso l'aumento non so quando è avvenuto ma credo settembre...è 4 settimane fuori casa e dice che non ha più toccato nulla (so che ha anche debiti)...mi chiedevo...possibile che con quella quantità assunta uno smetta così? Non so se crederci...so anche che diventano molto bugiardi...grazie della rispostaRisposta:
Buonasera, capisco bene il suo dubbio, perché in situazioni come questa è molto difficile capire quanto fidarsi delle parole e quanto, invece, restare prudenti. Sì, in teoria una persona può anche interrompere l’uso improvvisamente. Questo però, da solo, non basta a dire che il problema sia davvero risolto. Dopo quattro settimane, senza un aiuto concreto e senza segnali verificabili di cambiamento, è comprensibile che lei faccia fatica a crederci. C’è però un passaggio del suo messaggio che considero molto importante: quando lui dice che “lo stare male lo porta a fare uso”, sta dicendo qualcosa che va preso sul serio. Non tanto come giustificazione, ma come indicazione del funzionamento del problema. Se una persona usa la sostanza per gestire dolore, vuoto, tensione o sofferenza, il punto non è solo se abbia smesso oggi, ma come affronti quel malessere senza ricadere nello stesso meccanismo. In altre parole, il problema non è solo la sostanza in sé, ma il legame che si è creato tra sofferenza emotiva e uso. Finché quel legame non viene affrontato in modo serio, il rischio di ricaduta resta presente, anche se per un periodo l’uso si interrompe. Per questo, più che chiedersi se credere o non credere alle sue parole, forse è più utile osservare i fatti: sta cercando un aiuto reale? si sta facendo seguire? sta affrontando con responsabilità anche il tema dei debiti, delle relazioni e delle conseguenze del suo comportamento? Sono questi i segnali che nel tempo aiutano a capire se c’è un cambiamento concreto. Il cambiamento è possibile, ma di solito non passa solo dalle promesse. Passa da un percorso, da scelte coerenti e da una presa in carico reale del problema. Nel frattempo, per lei può essere importante mantenere lucidità, confini chiari e non sentirsi obbligata a sostenere da sola un peso così grande. Un caro saluto. -
Domanda:
Gentili dottore, Vorrei parlarvi di un vissuto emotivamente pesante per me che mi affligge da ormai un anno. Scusate in anticipo se il messaggio sarà troppo prolisso. Inizio col dire che sono un ragazzo di 17 anni che è sempre stato ansioso per quanto concerne la salute. Infatti avevo paura di avere un infarto o un ictus, oppure avevo paura di contrarre il COVID e mi lavavo assiduamente le mani ogni qual volta che sentissi le mie mani sporche. Ma il punto è un altro. Da un anno sono ossessionato da due pensieri che si alternano, ma solitamente uno prevale sull'altro. Andiamo con ordine. Una normale mattinata dello scorso anno, pensando al fatto che il giorno precendente vidi un uomo nudo nello spogliatoio, mi venne il dubbio di essere omosessuale. La mia prima reazione fu quella di masturbarmi e inizialmente mi calmai. Tuttavia il dubbio persisteva e da quel momento in poi non è più andato via. Quando mi attanaglia cerco di capire se lo sono, per esempio cercando informazioni su internet, vedendo video, oppure porno. Premetto che io mi sono sempre innamorato delle ragazze, sin dalle elementari. Mi sono sempre masturbato sulle ragazze. Cerco anche di capire se mi piacerebbe baciare i ragazzi ma la cosa mi crea confusione e non piacere. Ma il pensiero che più di tutti mi fa star male è quello di essere trans. Esso è più potente di quello precedente, sorto all'improvviso come quello di prima. Infatti stavo guardando la TV e la mia attenzione era rivolta ad un'attrice che mi piaceva fisicamente e il dubbio sorse dopo che pensai: " Bel fisico". L'estate scorsa fu brutta e questa sembra essere la replica. Stetti male e dissi tutto ai miei genitori dicendo che avevo paura di diventare qualcosa che non sono. Da quel momento cerco continuamente di capire se lo sono o meno con una serie di passaggi mentali. Per esempio mi metto a confronto con una ragazza per capire se voglio essere come lei. Spesse volte quando mi parlo al maschile o quando lo fanno gli altri il mio cervello trasforma il "lui" in "lei". Ultimamente la cosa è peggiorata perché è come se il mio cervello mi stia convincendo di essere donna e provi strane sensazioni corporee. Però quando vado allo specchio mi tranquillizzo perché mi piace ciò che vedo. Io mi sono sempre sentito maschio e non ho mai avuto problemi nel farlo. Da bambino/quasi adolescente ricordo che quando mia madre parlava di parto e di ciclo io dissi: "Menomale che sono maschio". Quando ho cominciato a masturbarmi ricordo di aver detto che mi piacesse molto il mio pene. Mi sono sempre piaciuti i baffetti che ho e non ho portato disforia per essi o per i restanti peli sul corpo. Quando ho tentato di scavare nei ricordi non ho trovato sintomi di disforia di genere, anzi all'inizio non c'era nulla che mi conducesse ad essa. Mi scuso ancora per il messaggio troppo prolisso, ma voglio chiedervi se questo per voi è un DOC oppure è altro? Grazie anticipatamente per le risposte.
Risposta:
Gentile utente, da quello che racconta, più che il contenuto specifico dei pensieri, colpisce il modo in cui questi si presentano e si mantengono: arrivano all’improvviso, la spaventano e la portano a cercare continuamente conferme, controlli e rassicurazioni per capire con certezza cosa sia vero. Questo è un passaggio importante, perché in situazioni come quella che descrive il problema spesso non è tanto il pensiero in sé, ma il meccanismo che si crea attorno. Più cerca di verificare, di testarsi, di confrontarsi mentalmente, di ripensare al passato o di osservare le sue reazioni, più il dubbio tende a ripresentarsi. Il sollievo che ottiene con questi controlli è solo temporaneo, e proprio per questo rischia di mantenere il problema nel tempo. Da come scrive, non sembra emergere tanto un percorso spontaneo di scoperta di sé, quanto piuttosto una lotta continua contro pensieri vissuti come intrusivi e disturbanti. Questo rende il quadro compatibile con un funzionamento di tipo ossessivo, anche se naturalmente una diagnosi seria non si può fare da una risposta online. In questi casi, il lavoro utile non consiste nel trovare ogni volta una rassicurazione nuova, ma nel comprendere e interrompere il meccanismo dei controlli e delle verifiche continue, che oggi sembrano alimentare il suo malessere. Per questo potrebbe esserle utile parlarne con uno psicologo, così da affrontare la situazione in modo più mirato e meno solitario. Ha già fatto una cosa importante: ha provato a mettere ordine in ciò che sta vivendo e a chiedere aiuto. Questo è già un buon punto di partenza. Se vuole, può continuare a scrivere qui. Un caro saluto. -
Domanda:
Buongiorno, devo iniziare una terapia di coppia e non so valutare la differenza tra i vari specialisti né tra i diversi approcci. Sono sicuramente molto confuso nell'avvicinarmi a un sistema che non conosco e che ha una grande varietà di scuole di pensiero diverse. Solo su Wikipedia vengono indicati 8 orientamenti teorici principali più altri secondari. Ho iniziato a informarmi ma non sono in grado di scegliere quale scuola di pensiero sarebbe più efficace o attualmente reputata valida o adatta al mio scopo. Sempre secondo Wikipedia: “la legge … non fornisce una definizione univoca del termine psicoterapia, dei suoi contenuti, delle metodologie o dell’ambito di applicazione teorico-clinico” e ancora “l’assenza di una definizione esplicita lascia spazio ad ambiguità interpretative, che si riflettono sia nel dibattito scientifico sia nella prassi clinica. In quest’ultima, infatti, il termine psicoterapia può assumere significati non sempre univoci”. Anche questo mi lascia perplesso. Mi immagino di ricevere risposte come: “scegli uno specialista e se vedi che non funziona cambia” ma mi sembra assurdo scegliere a caso e troppo laborioso passare da uno all’altro finché non trovo quello giusto. Porterebbe inoltre al rischio di scegliere chi mi dice quello che voglio sentirmi dire. E trattandosi di terapia di coppia la cosa potrebbe non andare bene solo a uno dei due, al ché l’altro si sentirebbe legittimato a dirgli “non stai ascoltando quello che ti viene detto, non ti impegni”. Per esempio leggo in un intervento di un terapeuta: "non posso che raccomandarle un percorso di psicoterapia analitica junghiana" che mi sembra proporre un percorso estremamente specifico, probabilmente quello si cui si occupa chi l'ha scritto. Non so se devo rivolgermi di preferenza a uno psicoterapeuta o se anche uno psicologo va bene. Leggo nei curricula frasi come “credo in un approccio xxx, in un percorso yyy, in una terapia zzz” e sono confuso da un linguaggio in cui alcuni professionisti credono (come se stessimo parlando di religione?) in una cosa e la scrivono esplicitamente lasciandomi immaginare che così facendo si differenziano da altri professionisti che in quelle cose non credono e agiscono diversamente. Ho letto altresì che il diverso orientamento teorico non cambia l’efficacia della terapia ma non sono convinto di ciò. E’ chiaro che la bravura di un terapista non dipende dal sesso o dall’età ma mi dico anche che non può essere indifferente. Ho ricevuto alcuni contatti da una terapeuta (non la conosco, né lei conosce il nostro caso). Ha consigliato dei colleghi che stima del suo stesso indirizzo ma questo non risolve i miei dubbi sulle metodologie. Mi ha anche stupito che una delle poche informazioni che ha offerto sia l’età del terapista. Nella zona in cui vivo ci sono centinaia di terapisti (molti anche molto giovani) e i loro curricula sono difficili da interpretare. Come scegliere?
Risposta:
Capisco la sua confusione, perché quando ci si avvicina per la prima volta a questo ambito ci si trova davanti a molti approcci, linguaggi e definizioni diverse, e orientarsi non è semplice. Da quello che scrive, però, mi sembra emerga soprattutto un altro aspetto: il tentativo di individuare in anticipo la scelta “giusta”, come se l’esito del percorso dipendesse prima di tutto dall’orientamento teorico. È un ragionamento comprensibile, ma rischia di concentrare molto l’attenzione su un punto che, nella pratica, non è quello decisivo. Provo a dirlo con un’immagine. È un po’ come se una coppia venisse invitata a una festa e si concentrasse così tanto sul vestito da scegliere da finire per pensare che la serata andrà bene o male solo in base a quello. Il vestito può avere il suo peso, certo, ma non è ciò che determina davvero come andrà la festa. La differenza la fa come ci si sta dentro, come ci si muove, come si entra in relazione con l’altro e con quello che accade. Nella coppia, e anche in un eventuale percorso, spesso succede qualcosa di simile. L’orientamento del professionista è lo sfondo del lavoro, ma ciò che conta davvero è come la coppia affronta i temi portati, come interagisce, cosa tende a ripetere e cosa riesce a modificare nel proprio modo di comunicare e di stare nella relazione. Anche quando cambia il tema del conflitto, molto spesso il nodo resta il modo in cui la coppia funziona. Ed è proprio lì che un percorso può diventare utile: non tanto perché appartiene a una scuola “migliore”, ma perché aiuta a vedere e cambiare certi meccanismi che mantengono la difficoltà. Per questo, più che cercare in astratto l’orientamento più valido, può essere più utile capire come lavora quel professionista: se ha esperienza con le coppie, se sa restare in una posizione equilibrata, se aiuta a mettere a fuoco il funzionamento della relazione e se già dai primi colloqui vi fa sentire entrambi compresi e messi nella condizione di lavorare. Capisco anche il suo timore di finire con qualcuno che dica a uno dei due ciò che vuole sentirsi dire. In un buon lavoro di coppia, in realtà, il punto non è confermare una posizione contro l’altra, ma aiutare entrambi a vedere i meccanismi con cui, spesso senza volerlo, contribuiscono a mantenere il problema. In sintesi, l’orientamento ha il suo valore, ma da solo non basta a far prevedere se un percorso funzionerà. Molto dipende da come quel lavoro riesce a intercettare il funzionamento concreto della coppia e da come la coppia riesce, nel tempo, a rispondere in modo diverso. -
Domanda:
Buongiorno dott. io soffro di ansia è disturbo ossessivo da ben 15 anni oramai.. infatti sono in cura.. ma ci sono periodi che ho paure strane se sto solo nella stanza mi sento come se prima o poi dovrei vedere qualcuno di allucinazione, oppure tipo ieri sera ho avuto una discussione con la mia ragazza mene sono andato a dormire nel salone da solo dopo 30 minuti nemmeno sono dovuto tornare nella stanza dalla mia ragazza perchè avevo paura come se dovevo avere qualche allucinazione, oppure se la sera passo dal corridoio per andare in bagno di buoi è come se mi mette ansia... adesso vorrei chiedere tutte queste paure che mi faccio che mi vergogno anche dirlo.. può essere un inizio di psicosi o schizofrenia... anche se non ho mai avuto in 34 anni che ho allucinazioni... Grazie
Risposta:
Buongiorno, capisco la sua paura e anche la vergogna nel dirlo, ma il fatto che lei ne parli con lucidità è già un elemento importante. Da una risposta online non sarebbe corretto dirle se si tratti o meno di una psicosi o di una schizofrenia. Quello che però si può dire è che avere paura di “vedere qualcuno”, di impazzire o di perdere il controllo non significa automaticamente stare avendo allucinazioni o essere in una condizione psicotica. Le allucinazioni, infatti, sono percezioni vissute come reali, mentre nel disturbo ossessivo e negli stati d’ansia possono comparire pensieri intrusivi, paure molto forti e scenari temuti che spaventano la persona proprio perché non li vuole e li teme. Dal modo in cui lo descrive, sembrerebbe più una paura della paura: più teme che possa succedere qualcosa, più aumenta l’allarme interno, e più ogni situazione di buio, solitudine o tensione emotiva diventa un terreno che fa salire l’ansia. Anche una discussione o un momento di stress possono accentuare molto questo tipo di vissuti. Questa però resta una lettura generale e non sostituisce il confronto diretto con chi la segue. Il punto importante, quindi, non è tanto inseguire da solo la diagnosi, ma portare con precisione questi episodi al professionista che la sta seguendo, così da valutare bene il significato dei sintomi e il modo migliore per affrontarli. In questi casi è utile descrivere quando compaiono, cosa li fa aumentare, quanto durano e come reagisce lei in quel momento. Se dovessero comparire vere allucinazioni, forte confusione, perdita di contatto con la realtà, o un peggioramento netto e rapido, allora sarebbe opportuno chiedere una valutazione psichiatrica tempestiva. Si vergogni il meno possibile di ciò che prova: parlarne è già un passo importante, e queste paure meritano di essere comprese e trattate, non tenute nascoste. Un caro saluto. -
Domanda:
Gravidanza voluta, sposati. Da quando ho scoperto la gravidanza oscillo in continuazione fra continuare o meno. adoro la mia vita di ora, non riesco a provare gioia anche xallattamento o bambini piccoli, neanche pensando di annunciare la gravidanza...avevo fissato ivg ma annullata, dopo 1 giorno ci sto ripensando, mio marito propende per continuare ma rispetta la mia scelta, come prendere una decisione definitiva?
Risposta:
Buongiorno, da quello che scrive non mi arriva tanto una semplice indecisione, quanto un conflitto più profondo. Mi colpisce che la gravidanza sia voluta e che, proprio nel momento in cui diventa reale, lei senta di oscillare continuamente. Questo può succedere quando il problema non è solo “continuare o no”, ma il fatto che una parte di sé non riesca ancora a riconoscersi nel ruolo materno. Lei scrive anche di adorare la sua vita di ora, e questa frase per me è molto importante. Diventare madre, per molte donne, non significa solo accogliere qualcosa di nuovo, ma anche accettare che una parte della vita di prima non resterà più la stessa. Non tutte riescono a sentire subito questo passaggio come naturale, desiderabile o gioioso, anche dentro una gravidanza cercata. Per questo non leggerei la sua fatica come freddezza o mancanza di sentimento, ma come il segnale di un passaggio interno molto delicato. A volte non è la decisione a mancare: è il fatto che quel ruolo, in questo momento, non sia ancora diventato per davvero pensabile, sentibile, abitabile. Più che cercare di forzarsi a prendere una decisione definitiva il prima possibile, forse il punto è riconoscere con sincerità che cosa, dentro di lei, oggi non riesce ancora ad aderire a questa trasformazione. Perché da come ne parla, la domanda non sembra solo “cosa devo fare?”, ma anche “posso davvero sentirmi in questo ruolo?”. E questa è una domanda molto seria, che merita di essere ascoltata fino in fondo. Un caro saluto. -
Domanda:
Buongiorno, sono marco e ho avuto una conclusione di rapporto molto in guerra....non ho avuto pietà perché l'offesa e stata a 1000 e senza una meditazione di riflessione per evitare anche in parte e salvare un po di rispetto Nulla come se fosse lei l'offesa ne ha approfittato sempre peggio. Ok mi son detto. Tanto non recuperando nulla e bloccato su tutti i social potevo solo ridere perché non avrei mai avuto il coraggio di continuare dopo aver detto Non mi fido mai più. Quindi finita la guerra e bloccato...da tutte le parti potevo solo sperare di non leggerla. Invece mi scrive senza educazione. Per favore togli il mio nome dal libretto della macchina. io sorpreso gli rispondo ciao S......a come va stai bene, non me meglio se facciamo l'amore che la guerra....lei risponde....non c'è amore non c'è amicizia tra me e te è finita....io ahh ok meno male e speriamo davvero. Poi mi istruiva su come togliere il suo nome ecc...per poi bloccarmi ancora a senso unico. ok sono andato in agenzia e lho trovata molto estranea e nera. E uscita senza salutare e mi son detto Bene non c'è più nulla da salvare è finita. invece dopo più di un mese di silenzio lei sblocca wathzap e mi fa richieste stupide senza senso Del tipo Salve La roba che c'era nella macchina la porti dal meccanico Poi blocca senza dare nessuna possibilità di risposta. passato un mese e mezzo mi riapre proprio ieri e mi scrive ancora per quei stracci che aveva in macchina dicendo Per favore il vestito della mamma lo devo spedire e mi serve Grazie Però stavolta mi ha lasciato aperto wathzap per 24 ore....scadute oggi le 24 ore senza rispondergli mi scrive Ok non li voglio mi arrangio a trovare un altro. io dico : Ma hai 37 anni e proprio tu scrivi tra me e te è finita....allora dimostra che è più importante la pace in silenzio che scrivere per delle sciocchezze infantili oppure apri a un dialogo senza timori. io gli ho dimostrato che non la cerco...non vado a vedere lei....mantengo l'indifferenza....quindi un comportamento di una ragazza adulta anzi una Donna che potrebbe usare altri modi per manifestare l'indifferenza invece trova necessario aprire il telefono, sbloccarmi, e trovare le frasi più banali per scrivere e dare una scadenza altrimenti blocca ancora....penso che la sua vita deve essere in difficoltà mentale e vuota....altrimenti non avrebbe memmeno un secondo di tempo per disturbare. io invece avrei diritto ha scrivergli con insistenza per molto di più materiale in suo possesso e di valore....invece mi limito a ricordare la sua frase tra me e te è finita...per non disturbarla. Allora io mi chiedo , perché non c'è nulla di ingiustificato....lei gli interessava scrivere per avere una risposta Oppure scrivermi per una richiesta che senza la mia risposta non gli interessano più (il vestito della madre ) ?
Risposta:
Gentile utente, da quello che racconta, sembra che la relazione sia finita sul piano affettivo, ma non del tutto su quello relazionale. Questo perché, anche se non c’è più un legame di coppia, continua a esserci uno scambio che si riattiva a distanza di tempo, sempre con modalità simili. Il comportamento della sua ex può apparire poco coerente: chiude, blocca, poi riapre per richieste pratiche e di nuovo si chiude. Più che cercare un significato nascosto o una spiegazione profonda, può essere utile osservare il funzionamento: entra in contatto quando le serve qualcosa e poi si ritrae, senza aprire davvero uno spazio di relazione. Capisco che questo possa farle venire il dubbio che dietro ci sia altro, o che stia cercando una reazione. In parte può anche essere così, ma il punto è che, indipendentemente dal motivo, questo tipo di comunicazione tende a riattivare ogni volta qualcosa anche in lei. Lei dice di mantenere l’indifferenza, ma il fatto che continui a interrogarsi su ciò che fa e sul perché lo fa indica che, in qualche modo, questa dinamica ha ancora un impatto. In situazioni come questa, più che cercare di interpretare l’altro, può essere utile semplificare: trattare ogni contatto per quello che è. Se si tratta di una richiesta pratica, rispondere in modo altrettanto pratico e chiaro, senza entrare in commenti, valutazioni o tentativi di aprire un dialogo diverso. Questo tipo di posizione spesso riduce molto rapidamente queste comunicazioni “a intermittenza”, perché toglie loro la parte emotiva su cui si alimentano. Se invece ogni messaggio riattiva fastidio, rabbia o bisogno di capire, allora può avere senso valutare un confine più netto, anche interrompendo del tutto il canale, almeno per un periodo. Se sente che questa situazione la tiene ancora agganciata, può essere utile approfondirla in uno spazio di confronto, così da chiudere davvero il capitolo non solo nei fatti, ma anche sul piano personale. Se preferisce, può continuare a scrivere qui. Un caro saluto. -
Domanda:
Buongiorno, ho 33 anni e 6 mesi fa la mia ragazza di 28 anni mi ha lasciato. Stavamo assieme da 9 anni di cui 1 di convivenza (prima esperienza per entrambi). L'evento è stato traumatico. Già 4 anni fa ero sempre stato lasciato per un altra persona ma in quel caso era tornata da me, l'ho perdonata (perchè in parte capivo per dei miei errori e perchè l'amavo) e la relazione è migliorata nel corso degli anni. La persona con cui si è messa adesso ha 12 anni in più di lei e l'ha conosciuta in palestra. Per mesi si sono visti e sentiti in cui lei parlava con lui e mi dava del debole, lui grande manipolatore. Ho avuto varie avvisaglie, prima ad una festa dove flirtavano davanti a me presente, dopo (col senno di poi mi è venuto in mente) era al cinema accanto a noi durante un film, poi a capodanno sempre con me presente è andata a bere una cosa con questa persona. Ho provato a parlarci dopo tutti questi segnali anche su iniziativa di lei, lei si è sentita non valorizzata, trascurata, poco desiderata e non amata da me, cosa che questa terza persona invece gli dava, non voleva lasciarmi ma mi ha detto questi problemi. Mi sono preso le mie responsabilità a quel punto, ho chiesto scusa perchè effettivamente molte cose negli ultimi mesi per via di situazioni familiari pesanti e per il lavoro non sono stato presente come dovevo, nonostante fossi quasi sempre con lei, nonostante viaggi programmati da me, nonostante comunque facessimo in media 2/3 volte sesso a settimana, a volte bene a volte meno ma penso sia normale dopo tanto tempo assieme. Il sesso è sempre stato trainante della nostra relazione, oltre al fatto che lei è un persona che ama incondizionatamente, molto dolce e disponibile sempre per tutto, mi ha sempre adorato come persona, non posso reputargli alcuna mancanza salvo una scarsa comunicazione tra noi che in parte è da reputare anche a me perchè non sapevo parlarci. Ammetto di averla trascurata e ammetto di non aver espresso il mio desiderio verso di lei non più come prima in quei mesi di convivenza anche se comunque l'ho sempre desiderata molto. Nell'anno di convivenza abbiamo cambiato casa a agosto e da lì la situazione è peggiorata per continui litigi (lei si interfacciava con questa persona proprio da agosto e non so se questo può essere uno dei motivi di questo nervosismo di fondo). Dopo capodanno pensando di aver risolto tutto con la comunicazione tra noi dove le chiedevo di chiudere con questa persona e dove io promettevo di cambiare su quello che a lei mancava, assuefatto da una ritrovata complicità le ho chiesto di sposarmi, ho ricevuto un sì e abbiamo prenotato un viaggio (a cui lei poi è andata con una sua amica). Nonostante ciò aveva sempre in testa questa persona, sino al giorno prima di lasciarmi abbiamo fatto l'amore, poi a un certo punte esplode la sua rabbia, odia come vivo, odia come facevamo l'amore, odia i miei gusti sessuali, odia la mia famiglia, odia i miei amici, mi dice che sono sedentario, ha massacrato tutto ciò che riguarda la mia vita quando per me tutto ciò che riguarda la sua è sempre stata speciale. Sono crollato nel pianto a quel punto, sentirsi dire con così tanta ferocia che non apprezza nulla di quello che mi riguarda quando in questi anni è sempre stata lei quella apparentemente più innamorata e io quello più distante. Rimaniamo in casa assieme ancora per una settimana, la situazione sembra un pò rientrare ma la vivo comunque con ansia perchè so che ce un altra persona. Inizia a tornare a casa dalla palestra in ritardo e una sera mi presento alle 23 sotto la palestra e lei arriva a recuperare la sua macchina sopra la macchina dell'altra persona. Torno a casa, litighiamo, lei mi lancia addosso ancora tutte le cattiverie di questo mondo, provo ancora a riallacciare, non ci sono margini, allora la invito a tornare dai suoi. Lei non batte ciglio e il giorno dopo sparisce. Da lì 6 mesi di inferno: mi sono dovuto accollare tutte le spese della casa da solo (casa cambiata e più grande da appena 3 mesi) e non mi permette di stare tranquillo neanche economicamente, lei già pochi giorni dopo essersene andata è in discoteca con il suo nuovo lui, va alle terme con lui e lo frequenta (tutto messo on line). Inizio a impazzire, resisto per un pò e poi Ia la rincorro in tutti questi mesi con messaggi e chiamate e richieste di vederci perché la amo, perché sono attanagliato dalle colpe per averla trascurata, lei me ne dice di tutti i colori, che non sono un uomo, che lui è diverso da me, che prova delle emozioni forti con lui, che è andata avanti. Il tutto condito da lei che scopro che neanche un mese dopo essere uscita di casa (dopo 9 anni assieme io e lei) è già a vivere a casa di lui, 40 enne, appena divorziato, malato di sesso e pluritraditore della moglie con cui ha avuto una certificazione di narcisismo patologico, che prende il cialis. E si fa pure un tatuaggio con lui. Lei passa a prendere le sue cose mano a mano nei mesi come una lenta eutanasia di lei che entra e esce di casa (cose tra cui il divano, tutte portate a casa del nuovo uomo), senza che io abbia idea di come stessero le cose, con la speranza che cambiasse idea. In 6 mesi ho sempre pensato a lei costantemente, sono l'ombra di quello che ero. Lei mi dice che si è innamorata, che può succedere e che mi devo rialzare. Da un mese riesco a non scriverle ma ogni tanto riappare per qualche questione per poi sparire e mi distrugge questo. Ho perso la possibilità di una famiglia e non capisco tutto questo male che ho subito, non lo capisco, vorrei capirlo ma non ci riesco. Il tutto finisce il giorno del mio compleanno in cui mi porta le chiavi. Ogni tanto mi scrive ma lo capisco che lo fa tanto per fare. Sono 6 mesi che non faccio sport, non vedo un film, non ascolto musica. Sono uscito con qualche ragazza ma mi rifiutano tutte come se fossi un appestato. Lavoro e torno nel letto ed è il massimo che posso fare. Lo psicologo mi dice di fare cose diverse, di circondarmi di gente, ma non riesco. Voglio lei, la amo, il nostro legame è sempre stato ancestrale, inspiegabile, nonostante le differenze culturali e di carattere. Mi sono sempre sentito incastonato con lei in modo inspiegabile, io leggo tanto, rifletto molto, scrivo poesie, lei è più pratica, più attiva di me e più istintiva, nonostante questo siamo sempre stati legai tanto (l'ho fatta uscire dalla anoressia, l'ho fatta iniziare a dipinger, le ho fatto vedere il mondo e conoscere musica/film che non conosceva). Adesso lei è sempre in giro con lui, vive con lui, va in weekend in giro con lui, e mi rendo conto che forse la routine le ha fatto prendere questa scelta. Come si può nel giro di così poco accellerare così tanto con una persona e calpestare invece chi è stato con te per anni?? Mi sento debole, non mi sento un uomo, non mi sento apprezzabile. Mi fidavo ciecamente di lei e sono stato umiliato, mi manca anche la sua famiglia, che è sparita dalla circolazione e con cui trovavo tanta serenità. Penso solo a lei, non riesco a fare altro, nella casa vuota mi siedo, ascolto nella testa le sue frasi, penso a lei che fa sesso con lui come lo faceva con me, penso a tutte le informazioni che so di loro (perchè la ex moglie di lui mi ha contattato e mi ha detto tutto ciò che fanno ora e tutto ciò che è successo in passato, non so neanche se mi faccia bene questo). Sono devastato. Lei non ha mai accennato neanche una volta a cambiare idea, sembra così felice da farmi sentire come se con me fosse all'inferno, come se io l'avessi soffocata in quello che era realmente. Non so cosa fare, a volte ho pensieri suicidi, ma rimangono solo pensieri. Mi dispiace tanto per le mie colpe, sono 6 mesi che mi dispiace per non essere stato presente il giusto, per non averla valorizzata, per tutto quanto. Mi dispiace che stia con questa persona che fa paura dalle descrizioni che dicono tutti. Sono da solo, amici e famiglia non mi servono, solo lei potrebbe salvarmi, ma non mi ha salvato, mi ha distrutto ancora di più.
Risposta:
Gentile utente, quello che descrive non è “solo” la fine di una relazione, ma un vero e proprio trauma relazionale. Dopo 9 anni, con una convivenza e un progetto di vita, una rottura così rapida, accompagnata da una sostituzione immediata e da parole molto dure, può lasciare un segno profondo. È comprensibile che lei oggi si senta devastato, confuso e continuamente agganciato a ciò che è successo. Tuttavia, da quello che racconta, sembra che il dolore iniziale si sia trasformato in qualcosa che si mantiene nel tempo, soprattutto attraverso alcuni meccanismi che la tengono legata a questa situazione. Il primo è il tentativo continuo di capire: perché è successo, come ha potuto cambiare così, cosa prova davvero lei. Questo tipo di ricerca, anche se naturale, rischia di diventare un loop senza uscita, perché non esiste una spiegazione che possa davvero ridurre il dolore che sta vivendo. Il secondo è la forte tendenza a dare la colpa a se stesso. Riconoscere eventuali errori è utile, ma trasformarli nella causa principale di tutto ciò che è accaduto la mette in una posizione molto dura verso di sé e, paradossalmente, la tiene ancora più legata a lei. Il terzo elemento è il fatto che, in questi mesi, lei è rimasto esposto in molti modi a questa relazione: contatti, messaggi, informazioni su di lei e sulla nuova coppia. Questo mantiene il legame attivo nella sua mente, anche se nella realtà la relazione è finita. Quando dice “solo lei potrebbe salvarmi”, descrive molto bene il punto in cui si trova: non più dentro una relazione, ma dentro una dipendenza emotiva da quella persona e da ciò che rappresentava per lei. Per questo motivo, il passaggio più importante oggi non è capire lei, ma iniziare a proteggere se stesso. In modo molto concreto: ridurre il più possibile ogni forma di contatto o esposizione (messaggi, social, informazioni indirette) interrompere la ricerca di spiegazioni su di lei e su questa nuova relazione * iniziare, anche forzandosi all’inizio, a riattivare piccoli comportamenti quotidiani (uscire, muoversi, fare attività semplici), anche se non ne ha voglia Capisco che lo psicologo le stia già dando indicazioni in questa direzione: spesso all’inizio non si “sentono”, ma sono proprio queste azioni a riattivare gradualmente il sistema emotivo. Un passaggio importante: ha accennato a pensieri suicidi. Anche se dice che restano solo pensieri, questo è un segnale da non sottovalutare. In questi momenti è fondamentale non restare da soli con questo tipo di vissuti e parlarne apertamente con il professionista che la segue. Quello che sta vivendo oggi non è la misura del suo valore come uomo o come persona, ma l’effetto di una rottura vissuta in modo molto intenso e destabilizzante. Non è lei che deve tornare da lei per stare meglio. È lei che ha bisogno, passo dopo passo, di uscire da questa posizione in cui tutto il suo equilibrio dipende ancora da una persona che oggi non c’è più. Se vuole, può continuare a scrivere qui. Un caro saluto. -
Domanda:
Buongiorno sono una studentessa di 21 anni e un mese fa avvertivo una sensazione di calore in tutto il corpo, poche ore dopo infatti mi è venuta la febbre che è arrivata anche a 40 e mi è durata 3 giorni. Quando mi è salita la febbre (senza mal di gola o raffreddore ) ho avuto anche una sorta di sensazione di vuoto mentre respiravo che è rimasta anche quando la febbre è passata, fortunatamente questa sensazione se ne è andata nell'arco di 10 giorni. Tuttavia mi è rimasto questo calore che pervade un po' tutto il corpo, questa sensazione mi fa sentire come se avessi qualche decimo di febbre, me la sono misurata più volte al giorno ma non ne ho ( la temperatura oscilla tra i 36,5 e i 36,8 ). Questa sensazione di febbre è presente da circa 20 giorni per cui questa settimana sono andata dal mio medico che mi ha misurato la pressione e ha visto che era un po' bassa (quasi a 100) quindi mi ha prescritto un integratore detto Argivit. Mi ha inoltre prescritto le analisi del sangue e delle urine e ho fatto aggiungere anche i valori della tiroide per maggiore sicurezza. Arrivato l'esito delle analisi i valori erano nella norma compresi quelli della tiroide. Tuttavia ho insufficienza di vitamina D3 ( che è a 20) e l'uricemia leggermente alta ( a 6,4) infatti anche nelle urine è stata trovata una discreta quantità di urati e cristalli di acido urico. Mi è stato detto che questa sensazione di febbre che ho non dovrebbe essere correlata a questi valori un po' alterati che ho ma piuttosto potrebbe essere legata a qualcosa di psicologico, in effetti tra due settimane dovrei sostenere degli esami universitari ma la mia domanda è : io ho questo problema COSTANTEMENTE da 20 giorni, come può essere che sono perennemente ansiosa da 20 giorni? Non capisco cosa mi stia succedendo e sono preoccupata perché ogni giorno spero di svegliarmi senza questa fastidiosa sensazione ma invece è sempre presente. Vorrei sapere cosa ne pensate e cosa potrei fare, per favore .
Risposta:
Gentile utente, da quello che racconta, la cosa più importante è che si sia già mossa nel modo corretto: ha sentito il medico, ha fatto gli accertamenti e gli esami risultati nella norma sono già un elemento rassicurante. Può capitare che, dopo un episodio febbrile intenso, il corpo impieghi un po’ di tempo prima di ritrovare del tutto il suo equilibrio abituale. A volte resta per un periodo una sensazione fastidiosa di calore o di malessere leggero, anche se la temperatura è normale e non c’è nulla di preoccupante agli esami. Capisco che questa sensazione, essendo presente da giorni, possa portarla a pensarci molto e a preoccuparsi, soprattutto in un periodo in cui ha anche degli esami universitari da affrontare. Però proprio il fatto che continui a monitorarsi e ad aspettare che passi subito può farle percepire ancora di più questo fastidio. In questo momento forse la cosa più utile è provare a fidarsi dei controlli che ha già fatto e dare al corpo un po’ di tempo per rimettersi del tutto. Più che cercare continuamente conferme che qualcosa non vada, potrebbe aiutarla provare a spostare gradualmente l’attenzione sulle sue giornate, mantenendo per quanto possibile una routine semplice e regolare. Da come descrive la situazione, non emerge necessariamente qualcosa di allarmante. Anzi, il quadro che riporta sembra più compatibile con una fase transitoria che con un problema importante. A volte il corpo, dopo essersi affaticato, ha solo bisogno di un po’ più di tempo di quanto vorremmo. Cerchi quindi, per quanto possibile, di non spaventarsi per la persistenza della sensazione: il fatto che sia fastidiosa non significa automaticamente che sia grave. In molti casi situazioni di questo tipo tendono a rientrare gradualmente. Se vuole, può continuare a scrivere qui. Un caro saluto. -
Domanda:
Buongiorno, Scrivo per una piccola informazione riguardo all'utilizzo di efexor. Soffro da tanto tempo i ansia che non mi limita in niente, solo mi da fastidio avere sensazioni di stare male. Ho chiesto ad uno specialista e mi ha dato come terapia Efexor per un paio di mesi. Mi aveva detto che avrei potuto avere i primi giorni mal di testa e sudorazione. Il secondo giorno che l'ho preso sono svenuto ripetutamente per almeno 4 volte. Per fortuna quel giorno non ho preso la macchina, ma nel negozio dove lavoro anche svenendo mi sono fatto cadere addosso uno mobiletto graffiandomi la testa e labbra. Siccome devo anche guidare al secondo giorno ho stoppato definitivamente il farmaco e non ne voglio che sapere. Volevo solo sapere, questo stop al secondo giorno implica qualcosa? Dopo quanto elimino gli effetti di quel medicinale? Grazie mille
Risposta:
Gentile utente, da quello che racconta, la cosa più importante è questa: ha fatto bene a sospendere il farmaco dopo quello che è successo. Gli effetti iniziali che le avevano anticipato (mal di testa, sudorazione) sono abbastanza comuni, ma svenire più volte nello stesso giorno non è una reazione da considerare “normale” da inizio terapia, soprattutto se comporta anche una caduta. Per quanto riguarda il suo dubbio principale: averlo preso solo per 2 giorni e poi sospeso non comporta problemi particolari. Il corpo non fa in tempo ad abituarsi al farmaco in così poco tempo, quindi non va incontro a effetti da interruzione. In genere, nel giro di uno o due giorni, il farmaco viene già smaltito quasi del tutto. Un punto importante però: questa reazione va riportata allo specialista o al medico, non per allarmarsi, ma per capire insieme se: è stato un effetto del farmaco oppure una risposta del corpo da valutare meglio Dato che lei dice che l’ansia non la limita nella vita, ha tutto il diritto di prendersi tempo e valutare con calma se e come intervenire, anche senza forzarsi su un farmaco che ha dato una reazione così intensa. In questo momento, la cosa più utile è: aspettare che il corpo si stabilizzi non riprendere il farmaco in autonomia * confrontarsi con il medico con quello che è successo Se vuole, può continuare a scrivere qui. Un caro saluto. -
Domanda:
Salve,Xanax gocce vanno tenute in frigo col caldo?
Risposta:
Gentile utente, lo Xanax in gocce non deve essere conservato in frigorifero, neanche nei periodi caldi. È sufficiente tenerlo a temperatura ambiente, evitando però di lasciarlo esposto a fonti di calore diretto (come sole, auto chiusa o vicino a termosifoni). Un posto adatto può essere un mobile chiuso, in una stanza non troppo calda. Se la temperatura in casa resta entro livelli normali, può stare tranquillamente fuori dal frigo. Un saluto. -
Domanda:
Gentile dottore, mi chiamo Marco e ho 16 anni. Scrivo qui perché vorrei un parere da parte vostra riguardo alla situazione che sto vivendo… C’è un ragazzo che mi piace da un po’ di tempo (M), lui ha 21 anni ed è super carino e gentile. Ci siamo sempre conosciuti di vista perché lui è un grande amico dei vicini di casa della mia migliore amica (scusate il gioco di parole), quindi quando vado da lei a volte vedo anche lui. Sono una ragazza molto timida e terrorizzata dal fare il primo passo, ma grazie all’aiuto della mia migliore amica sono riuscita ad attirare l’attenzione di M e a stringere un legame con lui. Approfondire la sua conoscenza mi ha confermato ancora di più quanto possa essere gentile e affabile, è davvero un ragazzo d’oro e ultimamente in giro non se ne vedono tanti così… Fin qui tutto bene, il problema è una terza persona. La migliore amica di M. (Nonché vicina di casa della mia migliore amica). La conosco molto bene (la chiameremo G), soprattutto perché nel corso degli anni non è mai corso buon sangue tra lei e la mia amica. È una ragazza oggettivamente antipatica, superficiale, arrogante e presuntuosa. Per un motivo o per un altro sembra che G non voglia far sbocciare qualcosa di più di un’amicizia tra me e M, e mi domando perché. Sono arrivata a pensare che magari lei prova qualcosa per lui e si sente minacciata da me, ma è solo un’ipotesi… Da quando è venuta a sapere che io e M siamo usciti diverse volte insieme e che abbiamo avuto anche il nostro primo bacio sembra che voglia rendermi la vita impossibile: arruola le sue amiche per farmi i dispetti e prendermi in giro, inventa cose false su di me e racconta balle a M per farci allontanare. Lei e M hanno litigato di recente per questo, perché lui non vuole che G si comporti in maniera ostile con me. Pochi giorni fa invece sono venuta a sapere che hanno fatto ‘pace’ perché M dice di non voler avere problemi con nessuno. Ora vi chiedo: come posso comportarmi? Io sono una ragazza molto mite e tranquilla e in certe situazioni mi sento molto a disagio, perché non voglio essere in contrasto con nessuno. Io qualche ipotesi l’ho già avanzata, voi cosa ne pensate? Secondo voi il comportamento di G nasconde una cotta segreta per M proprio come ho pensato io? Vi prego, aiutatemi …
Risposta:
Gentile Marco, capisco bene il tuo disagio, perché quando nasce qualcosa di bello con una persona a cui tieni, è normale temere che interferenze, pettegolezzi o cattiverie possano rovinare tutto o cambiare l’immagine che lui ha di te. Però proprio qui, forse, c’è un passaggio importante: cercare di non dare troppo peso a ciò che G dice o fa. Non perché non dia fastidio, ma perché più entri in questa dinamica, più rischi di sentirti trascinata in un terreno che non ti aiuta e che non ti rappresenta. Se tu sai come ti sei comportata, come stai vivendo questo rapporto e che tipo di ragazza sei, questo è già un punto fondamentale. Non puoi controllare quello che G racconta, né puoi togliere ogni ostacolo perché tutto fili liscio. Le relazioni non funzionano così. A un certo punto bisogna anche lasciare che siano i fatti a parlare. Se questo ragazzo ti conosce davvero e sta costruendo un rapporto con te, sarà importante che arrivi da solo a vedere chi sei, senza che tu debba difenderti continuamente o dimostrare qualcosa contro qualcun altro. Capisco che la paura possa essere proprio questa: “e se lui crede a ciò che dicono di me?”. Ma inseguire ogni voce o cercare di sistemare tutto per sentirti tranquilla rischia solo di farti perdere serenità e sicurezza. Forse il punto, in questo momento, è restare il più possibile calma, non alimentare i pettegolezzi, non entrare nella provocazione e continuare a comportarti in modo coerente con quello che sei. Questo non significa subire, ma avere abbastanza stima di te da non farti definire da ciò che un’altra persona racconta. Poi certo, questo comporta anche una piccola dose di attesa e di fiducia: lasciare che il rapporto con lui si misuri anche con qualche ostacolo, senza sentire di dover controllare tutto. Se c’è qualcosa di autentico tra voi, non saranno le maldicenze a decidere da sole come andrà. Tu non hai il compito di spianare la strada a questa relazione per poter stare tranquilla. Hai piuttosto il compito di restare centrata, dignitosa e fedele a te stessa, dando tempo alle cose di mostrarsi per quello che sono. Se vuoi, puoi continuare a scrivere qui. Un caro saluto. -
Domanda:
Buondì, ho un umore ballerino da quando ho cambiato lavoro. Faccio un lavoro stressante soprattutto dal punto di vista mentale, perché ripetitivo e ho a che fare con una moltitudine di clienti, chi lo vuole cotto e chi crudo.. Anche molti dei miei colleghi avvisano di parlare da soli alle volte, cosa mai accaduta prima così in modo incisivo. Faccio un esempio sulla periodicità, in genere il sabato che non lavoro, dei pensieri intrusivi affollano la mia mente e in genere risulto apatico.. domenica meglio perché mi preparo mentalmente alla nuova settimana (il lavoro che svolgo purtroppo mi piace) e poi inizio a lavorare e la situazione migliora. Martedi scorso ad esempio mi sentivo bene, sereno complice anche la giornata primaverile, e anche con le persone ero più sorridente e solare al punto da fare una piacevole quanto casuale conoscenza con una ragazza sconosciuta (non è da me..) mentre facevo sport all'aperto. Poi mercoledì pure contento. giovedi così cosi e venerdì ero "affaticato" mentalmente (vabbè avevo anche mal di testa), il sabato mi sono sentito con gli occhi pesanti e quasi col desiderio di buttar fuori il tutto con le lacrime ma che non escono mai.. eppure ho voglia di uscire, stare in compagnia, fare vita "mondana" anche se spesso non riesco.. mi basta qualcuno che mi contatti per riaccendermi un attimo, mi sono fatto un caffè e me ne sono sceso a fare una passeggiata nel verde approfittando del sole. Eppure mi sentivo scazzato, apatico, stressato, stanco mentalmente, come se non dormissi da giorni (pur dormendo 8-9 ore, mi sveglio frequente di notte) ho bisogno di sfogarmi con le persone anche di cavolate che mi possono turbare al lavoro. Questi cicli sono piuttosto frequenti, quasi settimanali, molti mesi fa ero molto più stressato e i cicli erano molto più repentini. Detto questo, quando svolgevo un altro lavoro non vivevo tutto questo disagio. Anzi, un periodo non lavoravo, avevo sicuramente problemi maggiori di autostima ma l'umore era molto più stabile (magari con minori picchi anche di "up"). Dimenticavo, ho problemi di tiroide e so che influisce anche sull'umore, sono in cura con eutirox da diversi anni ed è sotto controllo. La domanda, c'è qualche vitamina, minerali o altro che possano "allievare" un attimo la situazione? Grazie, M.
Risposta:
Buongiorno M, da quello che scrive mi arriva più il tentativo di capire che cosa le stia succedendo davvero, che non la sola domanda su vitamine o minerali. Colpisce che lei colleghi tutto al nuovo lavoro, ma nello stesso tempo racconti anche qualcosa di più complesso: un lavoro che la affatica mentalmente, sì, ma che in qualche modo sembra anche tenerla attivo, agganciato, in moto. Infatti nei momenti in cui il ritmo si interrompe, soprattutto quando si ferma, sembrano affacciarsi più facilmente apatia, pensieri intrusivi, stanchezza mentale e bisogno di sfogarsi. Mi ha colpito anche il fatto che dica che a volte basta che qualcuno la contatti per “riaccendersi un attimo”. È una frase molto significativa, perché fa pensare a quanto in questo periodo il suo equilibrio possa dipendere dal sentirsi attivato da fuori, dal contatto, dalla presenza, da qualcosa che la rimetta in movimento. Anche il desiderio di piangere senza riuscirci, il sentirsi carico di qualcosa da buttare fuori, il sonno che sulla carta c’è ma non la ristora davvero, fanno pensare a una fatica che non è solo stanchezza. Sembra piuttosto un accumulo interno che nei giorni di lavoro resta più coperto, mentre nei tempi vuoti diventa più percepibile. Per questo la sensazione è che la sua lettera non parli solo di stress, ma anche di un momento in cui sta diventando più visibile il modo in cui regge la pressione, il vuoto, il bisogno di contatto e forse anche certe oscillazioni del tono dell’umore. A volte non è semplice capire subito se il lavoro sia la causa principale o se stia facendo emergere qualcosa che era già più silenziosamente presente. La sua domanda finale sugli integratori mi è sembrata quasi un modo per chiedere, in realtà: “come faccio a capire meglio cosa mi sta succedendo?”. E da quello che racconta, questa mi sembra la domanda più importante. Più che cercare subito qualcosa che abbassi il disagio, forse il punto è non liquidarlo troppo in fretta: quello che sta sentendo sembra avere un senso, e forse sta provando a dirle qualcosa di importante su di lei, sul suo modo di reggere la fatica e su ciò di cui in questo momento avrebbe davvero bisogno. Un caro saluto -
Domanda:
Buongiorno sono un uomo di 36 anni, sposato da 2 mia moglie ha una bimba di 7 anni da una precedente relazione. Io sono in un momento particolare, esco pochissimo di casa vivo in un mondo prettamente idealizzato e finto, fatto di TV e social. Non ho lavoro,premetto che ho sempre lavorato come sportivo professionista( dove la mia identità si é costruita) fatta di illusioni, tante donne ecc, poi lontano dalla realtà. Il problema a é che mi ci identifico molto. Nonostante anni di terapia sono ancora allo stato brado della ricerca si me. Mia moglie é una donna estremamente intelligente, ma io la speso la saluto per questo suo modo di capire tutto al volo, perché implicherebbe me a dov é distruggere una parte di me che é totalizzante,e perché sento che sotto questo c é poco e altro. E quindi mi rifugio al passato, che era meno vero ma meno doloroso. Quando esco di casa non mi sento nessuno o mi sento colui che puo essere superiore agl altri, arrogandosi diritti superiori. Sono preoccupato di questo ma non nego che mi da anche adrenalina in questa vita piatta. Vorrei trovare lavoro,ma ho paura che la mia arroganza la mia incapacità di stare in gruppo,nonostante venga dall ambiente sportivo,mi porti a fare casino. Poi provo tanto amore/ma tanto conflitto e rabbia nei confronti di mia moglie che é tutto quello che una donna dovrebbe avere ma che io da marito non mi ci avvicino. E per arrivarci tendo a sminuire. Mi sento finto e questo mi fa star male. La situazione é molto complessa, perché o mi sento finto o malato che esula tutte le responsabilità. Grazie per l ascolto
Risposta:
Buongiorno, quello che descrive è un passaggio che molte persone che hanno vissuto lo sport a livello professionistico si trovano ad affrontare, anche se spesso non viene detto così chiaramente. Per anni la sua identità si è costruita attorno a un mondo molto intenso: obiettivi, prestazioni, riconoscimento, emozioni forti. Quando questo si interrompe, non si perde solo un lavoro, ma un intero modo di sentirsi e di stare nel mondo. È come passare da una realtà molto definita a una in cui mancano riferimenti, direzione e anche una certa “spinta interna”. Il fatto che oggi si senta a tratti “nessuno” e a tratti “superiore” va letto anche in questa chiave: da una parte il vuoto, dall’altra il tentativo di tenere in vita quell’immagine forte di sé che aveva prima. Il problema è che entrambe queste posizioni la tengono distante da una realtà più concreta, in cui sentirsi progressivamente più stabile. Anche il rapporto con sua moglie sembra inserirsi in questo meccanismo: lei appare più centrata e lucida, e questo può far emergere ancora di più la distanza tra ciò che è stato e ciò che è oggi. La svalutazione, in questo senso, diventa un modo per proteggersi da un vissuto di inadeguatezza. Più che “capire chi è”, che è un lavoro che sembra aver già fatto a lungo, può essere utile iniziare a muoversi in modo concreto partendo da ciò che già conosce. Tornare in qualche modo nel suo ambito, non necessariamente come atleta, ma ad esempio come allenatore, preparatore o insegnante, potrebbe essere un passaggio importante. Non per tornare indietro, ma per trasformare quella parte di sé in qualcosa di utilizzabile oggi. Questo le permetterebbe di rientrare gradualmente in una dimensione fatta di obiettivi, responsabilità e relazione con gli altri, ma in una forma diversa e più sostenibile rispetto al passato. In questo momento il rischio maggiore non è tanto quello di “essere finto”, ma di restare fermo tra un passato idealizzato e una realtà evitata. Il cambiamento passa più dall’azione che da ulteriori riflessioni. Un caro saluto. -
Domanda:
Salve buonasera sono una ragazza di 22 anni ho una famiglia composta di 2 sorelle e una madre ho due sorelle una più grande e una più piccola tutte e due mi insultano pesant mente mi ricattano e una madre che non mi lascia avere i miei spazzi e non gliene fraga di quello che ho dentro ho quello che ho passato mi sono tagliata e cosa è stata la sua risposta buttati dalla finestra ti tagli solo per il ragazzo e tante altre cose io voglio uscire di casa voglio vivere la mia vita normale come tutte le persone e voglio sposarmi con la persona con qui sto da 3 anni e mezzo e ci vogliamo sposare ma mia madre non mi lascia ne uscire con lui ne fare niente ne sposarci cosa devo fare amcje Ad andare ad abitare da sola non mi lascia mi ha fatto uscire da lavoro 4 volte perché mi vedeva che ridevo con il mio capo
Risposta:
Buongiorno, da quello che racconta emerge una sofferenza molto intensa, e il modo in cui descrive gli insulti, i ricatti e le risposte che riceve fa pensare a un contesto familiare che per lei è diventato davvero difficile da sostenere. Allo stesso tempo, nel suo racconto colpisce un altro aspetto: pur avendo 22 anni, un lavoro e una relazione importante, si sente completamente bloccata, come se ogni possibilità di scelta dipendesse ancora da ciò che le viene concesso o impedito dagli altri. Questo non significa che quello che vive non sia reale o doloroso, ma può indicare che, accanto a ciò che subisce, c’è anche una difficoltà a prendere fino in fondo uno spazio proprio, soprattutto quando questo comporta conflitto, distanza o cambiamenti concreti. Il fatto che desideri andare via, costruire una vita sua e prendere decisioni importanti è un segnale chiaro. Il passaggio delicato, però, è trasformare questo desiderio in azione, assumendosi anche la parte più faticosa: scegliere, sostenere le conseguenze e tollerare che gli altri possano non essere d’accordo. Un altro punto importante riguarda il modo in cui esprime il suo malessere. Il fatto che arrivi a farsi del male è un segnale che la tensione interna diventa molto alta e difficile da gestire. Questo merita attenzione e uno spazio in cui poter essere affrontato in modo più protetto e meno solitario. Più che trovare qualcuno che le dica cosa fare, può essere utile iniziare a chiedersi quali piccoli passi concreti può iniziare a fare lei, oggi, per aumentare anche di poco il suo margine di autonomia. Se sente che da sola fa fatica a reggere questo passaggio, un confronto può aiutarla non solo a essere ascoltata, ma anche a costruire gradualmente un modo diverso di stare dentro e fuori da questa situazione. Un caro saluto.

