Non sono una bambina “stupida”
Buongiorno, pongo un quesito. Credo che la difficoltà che sento nel sentirmi legittimata nella mia opinione anche se l’altro è in disaccordo con me, derivi dalla paura di non sentirmi amata o di sentirmi svalutata. Sin da piccola soprattutto mio papà mi dava della stupida se sbagliavo qualcosa o se dicevo una cosa per cui lui non era d’accordo. Penso che nel rifiuto soprattutto di persone care, del mio pensiero, faccia attivare questa paura. Ma ho imparato a dire a me stessa che il mio pensiero è valido proprio perché nato per come sono io come persona, non può essere diverso altrimenti non sarei la persona che sono. Mi piace dire che sono un dato di fatto. Esisto così come sono e se qualcuno è in disaccordo, giudica me in base al suo essere un dato di fatto, un essere in relazione come me. Eppure il suo rifiuto mi pesa tantissimo. Su cosa potrei riflettere?
Risposta (Dott. Barbieri):
Buongiorno. La riflessione che ha costruito è molto lucida: ha compreso che il disaccordo dell’altro non rende il suo pensiero meno legittimo. Tuttavia, ciò che si attiva non sembra essere soltanto una questione di opinioni, ma un’antica equivalenza emotiva: “se non approvi ciò che penso, allora mi svaluti; se mi svaluti, potresti non amarmi”. Da bambina, essere definita “stupida” proprio nei momenti di errore o dissenso può avere insegnato che esprimersi espone al rischio di umiliazione e perdita del legame. Oggi la parte adulta sa che due persone possono essere in disaccordo senza che una delle due perda valore; la parte più vulnerabile, invece, può continuare a vivere il rifiuto dell’idea come rifiuto della persona. La formula “sono un dato di fatto” sembra aiutarla a difendere il diritto di esistere così com’è. Può essere utile, ma rischia di diventare un’altra dimostrazione da ripetersi per neutralizzare il dolore. Il passaggio successivo potrebbe non essere convincersi ancora di più di avere diritto alla propria opinione, ma imparare a sostenere il disagio di non essere approvata senza dover spiegare, convincere o ritirarsi. Durante l’estate potrebbe osservare ogni episodio di disaccordo annotando tre elementi: che cosa ha detto realmente l’altro; che cosa lei ha temuto significasse su di sé; che cosa ha fatto per ridurre quel dolore. Poi si chieda: “Sto difendendo la mia opinione oppure sto cercando di ottenere la conferma che valgo e che non verrò abbandonata?”. Come piccola esperienza, scelga un dissenso non troppo importante e provi a rispondere soltanto: “Capisco che la pensi diversamente”. Rimanga poi qualche minuto senza aggiungere spiegazioni. Non per darle ragione, ma per verificare se può restare se stessa anche senza ottenere approvazione. Quando qualcuno non è d’accordo con lei, tende soprattutto a spiegarsi, ad arrabbiarsi, a chiudersi o a cercare rassicurazioni? Il peso del rifiuto è uguale con tutti oppure aumenta con le persone da cui desidera sentirsi amata? Un caro saluto.

