Quando l’indicibile non trova parole

Rimango spesso colpito da quanto sia difficile, per chi ha vissuto esperienze profondamente traumatiche, trasmettere davvero ciò che è accaduto dentro di sé.

Raccontare i fatti, ricostruire gli episodi, descrivere il torto subito è già complesso. Ma ancora più difficile è comunicare la realtà interna di quell’esperienza: la paura senza nome, la vergogna, la confusione, il senso di colpa, il sentirsi estranei a se stessi, la perdita di fiducia negli altri e nella propria percezione.

Per questo, a volte, il racconto prende una forma più ordinata e comprensibile: «sono stato una vittima», «mi hanno distrutto», «ora devo riscattarmi». Non perché quella narrazione sia falsa, ma perché è spesso più sopportabile della frammentazione emotiva che resta sotto.

La storia di vittimizzazione e di rivalsa dà un confine, un ruolo, una direzione. L’esperienza interna, invece, può essere contraddittoria: si può provare rabbia e desiderio di protezione, bisogno di vicinanza e paura dell’intimità, volontà di dimenticare e bisogno di essere finalmente compresi.

Ciò che è stato vissuto come indicibile non diventa dicibile soltanto raccontando meglio i fatti. Diventa dicibile quando la persona riesce, poco alla volta, a riconoscere e tollerare ciò che ha sentito, senza vergognarsene e senza doverlo trasformare subito in una storia coerente.

Ascoltare davvero significa anche questo: non fermarsi alla trama del racconto, ma provare a comprendere ciò che quella trama protegge.

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Essere un paziente, anziché un partecipante attivo del proprio processo di cura